Linfa

2006

L’installazione usa parti del tronco di uno stesso albero, un cedro del Libano, che presentano un canale interno, in cui, però, non scorre alcun fluido vitale bensì un veleno, del piombo, che si raccoglie nella ciotola di terracotta ad una estremità.
Un inquinamento chimico che non conosce sosta, e la conseguente trasformazione degli organismi viventi. Degli alberi. Di noi.

Dimensioni variabili (diametro ciotola 30 cm.)
Legno, terracotta, piombo

Trasformazione stabile

2005

L’opera vuole rendere evidente il nucleo interno di elementi della natura, veicolando l’idea di una trasformazione in corso. Vi è una trasformazione di forma, perché l’elemento lineare si trasforma in uno circolare, ma si verifica pure una trasformazione di sostanza, dalla materia alla radiazione luminosa, o piuttosto il contrario, dalla luce a qualcosa di materico, che via via si condensa e prende spessore.

100 cm (elemento lineare), 40 cm (diametro elemento circolare)
Legno, tubo fluorescente rosso

Sottrazione minima

2005

Tre dei quattro elementi sono parti di uno stesso tronco a cui è stato tolto un anello. Ad una sequenza di elementi che rappresentano la crescita di un organismo, ne è stato tolto uno…sarebbe curioso poter togliere un anno dalla sequenza di anni che compongono la nostra vita. Il quarto elemento è un calco di se stesso, realizzato dopo averlo ridotto in segatura, con la stessa segatura ottenuta . Si vedono ancora degli anelli, ma ognuno è fatto di tutti gli altri.

30 cm (diametro singolo elemento)
Legno

Sere di vetro

2007

Opera realizzata per la mostra “Roseto Dialettico – Fenomenologia di un fiore”, 2007
Presso PaRDeS, Villa Donà delle Rose –Mirano (Venezia)

L’opera è composta di 16 steli, 16 tondini di acciaio inox, sulla cui cima sono state inserite delle lettere che compongono la frase “Devi essere forte”. Le lettere sono ricavate da cartoncino di 2 mm., verniciato di rosso.
Il progetto prevede che gli steli, alti 180-200 cm, siano piantati per terra, seguendo il perimetro di un rettangolo di 2 x 1 m. , distanti l’uno dall’altro 35-40 cm. L’insieme vuole evocare un roseto, come quelli che si vedono nei dipinti che raffigurano la “Madonna del Roseto” del ‘400 – in particolare quello di Stephan Lochner (1448) conservato a Colonia.
Gli steli sono molto flessibili, e quindi in costante movimento, rendendo il tutto molto leggero.
“Sere di vetro” è una delle frasi che si possono comporre utilizzando le lettere della frase originale che compare nella maggior parte degli steli : “Devi essere forte”. In realtà il lavoro appartiene alla serie “Devi”, ma avendomi colpito la contrapposizione della fragilità evocata da quella frase con la richiesta di essere “forte”, e il fatto che l’uno sia contenuto nell’altra, ho deciso di assumere quella stessa frase come titolo.
La frase principale compare più volte, e cambia il senso di lettura – a salire o a scendere – o il ritmo dato dalla disposizione delle lettere sullo stelo. In alcuni casi ho inserito le frasi che si possono formare con le stesse lettere (utilizzandole tutte o in parte), quelle che ho ritenuto più significative, come, appunto, il titolo dell’opera.

200 cm (altezza singolo elemento)
Acciaio inox, cartoncino/plastica

S-colaposate

2011

Le posate non sono semplicemente appoggiate su questo accessorio dalla costruzione molto rigorosa – che può ricordare uno scolaposate – bensì ‘infilzate’ su delle lunghe e acuminate punte di acciaio inox. Come in “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, anche in questo lavoro la pericolosità è il primo aspetto che colpisce : il gesto di prendere una delle posate è da compiere con estrema attenzione, per non ferirsi.

60x40x10 cm
acciaio inox, ferro

 

The starting idea comes from the difference between those who have something to put in the dish and those who have not. People living in the “western world” are used to these tools, the cutlery; they use them with automatic gestures, the same way they feed themselves. For the one who has nothing to put in the dish, cutlery is a “frill”, with no function. Since we don’t actually “see” them, we use theese tools without thinking, so the idea is to change, turning cutlery into something useless or dangerous.
Unlike my previous work “Give us this day our daily bread” – where forks, knives, spoons are really useless or dangerous – in “S-Colaposate” these objects are not merely laid down on it – an iron construction that ironically reminds of a cutlery drainer – but rather pierced on long and sharp stainless steel points. Like in “Give us this day our daily bread”, in this work dangerousness strikes first : the act of grabbing a spoon has to be done with the utmost care, to not injure yourself. It becomes a gesture able to arouse the awareness of the meaning “to feed.”

60x40x10 cm
stainless steel, iron

Elementi vegetali

2005

Tronchi di alberi diversi che, una volta tagliati, lasciano uscire una materia che si rapprende sulla superficie del taglio, una superficie concava che diventa contenitore.

Dimensioni variabili
Legno, piombo

Chi parte ? (maquette)

2006

L’idea alla base di “Chi parte?” è la pista di sabbia a forma di 8 che si tracciava da bambini sulla spiaggia, sulla quale si giocava con quelle sferette di plastica trasparente con all’interno le immagini dei ciclisti o dei calciatori, e si iniziava sempre chiedendo “Chi parte?”. Nel mio lavoro il tracciato superiore è invertito sottosopra, rendendola, di fatto, una pista impossibile. Nelle palline di plastica, le foto dei ciclisti o dei calciatori sono sostituite con delle mie vecchie foto da bambino, a età diverse, scattate durante alcune vacanze al mare con i genitori. Le foto sono state leggermente sfocate rispetto all’originale, per dare l’idea di qualcosa di indistinto nella memoria. Da bambini tutto sembra possibile, anche giocare in una pista come questa.
L’opera è una maquette realizzata per il concorso “Scultura da vivere 2006” indetto dalla Fondazione Peano di Cuneo. Le dimensioni dell’opera in scala ambientale sarebbero state una lunghezza di circa 7 metri e un diametro di 50 cm circa per le sfere.

70×40 cm, diametro sfere plastica 3 cm.
Resina poliestere, sabbia, plastica, fotografie

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

 

2010

Il mio lavoro parte dalla differenza tra chi ha qualcosa da mettere nel piatto e chi non lo ha. Chi vive nel “mondo occidentale” è abituato a usare questi strumenti, le posate, con gesti automatici, come automatica è l’azione di alimentarsi. Per chi non ha nulla da mettere nel piatto, le posate sono un “orpello”, non hanno alcuna funzione, allo stesso modo delle mie forchette, coltelli, cucchiai, che, anzi, in alcuni casi diventano addirittura qualcosa di pericoloso, capaci di destare in noi occidentali, in modo metaforico, la consapevolezza del significato di “nutrirsi”.
Ecco che la lama di un coltello è divenuta così esigua da rompersi al primo tentativo di utilizzo, mentre quella di un altro è ondulata e non può tagliare alcunché; gli spazi tra i rebbi di una forchetta sono riempiti con degli altri rebbi mozzati; la parte concava di un cucchiaio ha delle punte estremamente acuminate, che ne vietano l’utilizzo.

18x28x8 cm (singola teca)
Acciaio inox, paraffina, plexiglas

Chi parte?

2006

L’idea alla base di “Chi parte?” è la pista di sabbia a forma di 8 che si tracciava da bambini sulla spiaggia, sulla quale si giocava con quelle sferette di plastica trasparente con all’interno le immagini dei ciclisti o dei calciatori, e si iniziava sempre chiedendo “Chi parte?”.
Nelle palline di plastica, le foto dei ciclisti o dei calciatori sono state sostituite con delle mie vecchie foto da bambino, a età diverse, scattate durante alcune vacanze al mare con i genitori. Le foto sono state leggermente sfocate rispetto all’originale, per dare l’idea di qualcosa di indistinto nella memoria.
Questa versione dell’opera “Chi parte?” è stata installata nel giardino di Casa Cardinal Piazza a Venezia. Qui la “pista” a forma di 8 è ricavata direttamente sul posto, giocando sulla diversa altezza del taglio dell’erba, quindi con un intervento minimo. Il fatto che il luogo di installazione sia il giardino di una casa di riposo, conferisce all’opera un significato particolare, ed è vero anche il contrario : la casa di riposo, “l’Ospizio”, forse acquista in leggerezza ospitando non solo la vecchiaia, ma la vita intera delle persone che vivono lì.

Diametro sfera 40 cm
Plastica, fotografie

Danae

2005
Solitamente l’elemento protagonista di questo tema, per “tradizione”, è quello femminile, e l’esempio più conosciuto è probabilmente il quadro di Klimt. A me, però, piaceva mettere in risalto il principio maschile, con queste forme che rimandano inequivocabilmente, appunto, all’anatomia maschile.

120x80x40 cm
Gesso, paraffina, colore acrilico